solounoscoglio

meanwhile in shanghai

mi è piaciuto tanto questo video.

sotto un profilo  tecnico perché c’è dietro una regia ben organizzata, ma  sopratutto perché parla di una vicenda umana interessante.

ma ciò che più mi ha colpita è stata la differenza di entusiasmo tra i dipendenti americani e quelli di shanghai….

quella  sottile differenza tra diversi modi e mondi….

http://video.corriere.it/epica-festa-d-addio-dipendenti-loro-amatissimo-amministratore-delegato/c80ac002-194d-11e4-91b2-1fd8845305fa

io-cloud

foto

sono nata in piena mezza stagione.

forse per questo sono abituata alle nuvole, anzi le adoro.

fossi una nuvola, avrei la forma di orso, no di tartaruga. ne ho vista una proprio così. sembrava minacciosa, ma le tartarughe fanno paura solo a qualche foglia di insalata. quella era lenta infatti. ma ce n’era una piccola come un coniglio, forse più una lepre perché era grigia. la lepre superava la tartaruga ed intanto si trasformava in una freccia che si perdeva dentro ad un grande cumulonembo…che brutta parola, meglio nuvolone.

il monitor del mio pc ha qualche problema, credo proprio la scheda video. diventa tutto nero. allora spengo ed aspetto che si schiarisca, proprio come questo cielo che mi è caduto addosso. risollevo il monitor e lentamente riappaiono le nuvole chiare e morbide come puff sui quali sedermi mentre aspetto il prossimo treno. non so a che ora arriverà, ma ce n’è sempre uno. se va bene trovo posto in prima classe, se no resto in piedi. comunque da dentro il vagone  io sono la più veloce di tutte le nuvole e arriverò prima all’orizzonte per scoprire una volta per tutte cosa ci sta dietro. di sicuro  ancora nuvole, con nuove forme.

le mezze stagioni ci sono ancora, eccome.

 

Fine Primo Tempo

certe volte me le vado a cercare da sola.

come quella volta che gli chiesi se secondo lui ero stata una brava mamma e la risposta mi arrivò completa e nitida in quei  primi  ma lunghissimi secondi di silenzio che precedettero il suo rassicurante SI.

stavolta è successo mentre scorrevano le immagini di un film che richiedeva tutta la mia concentrazione; ero… distratta, come dire.

- Mà, tu hai fatto bene nella vita? – mi ha chiesto senza girarsi, continuando a  fissare lo schermo della tv.

- Avrei potuto far meglio – sono stata rapida a soffocare il NO:  perché la risposta sembri spontanea deve essere immediata.

- Perché? – è troppo furbo o sono stata lenta, penso

- Perché ho sbagliato, alcune volte anche con consapevolezza – ecco: questa è la verità

- Invece secondo me tu hai fatto bene, Mà. – si è girato e me lo ha voluto dire guardandomi negli occhi.

i suoi grandi occhi fissi verso di me. due laghi neri colmi di  quella tenera rassegnazione di chi ha visto abbastanza schifo da distinguere già così giovane il bene dal male. mi chiedo: ma quando hai smesso di essere bimbo, figlio mio? questo sguardo l’hai sempre avuto, sempre mi hai guardato così, o sono io che mi rifletto in te e vedo ciò che voglio vedere?

si può mentire a tutto il mondo, talvolta si deve perché fa parte delle misere strategie di noi esseri umani, di noi veramente  miseri intendo.

ma davanti questi occhi pieni di amore e  di comprensione non si può.

mi basta sorridergli e  lascio che mi attraversi l’anima. mi spiace solo che non è un gran spettacolo.

meglio il film, figlio mio.

smorza e llights

è stato un attimo.

l’aereo seguiva la rotta  verso ciampino, quando  la sua enorme  sagoma ha oscurato per pochi secondi il sole. ero lì sotto, ed ho sentito mancare la luce attraverso le palpebre. le ho spalancate preoccupata, inconsciamente e rapidamente attraversata da un terrore ancestrale. forse perché la luce del sole che viene via improvvisa è segno nefasto per le nostre cellule, qualcosa che le riguarda come il ritmo circadiano.

due secondi, poco meno. per poi riflettere a lungo sull’importanza di una qualsiasi fine, e di quell’esatto momento in cui si spegne per sempre la luce anche dietro due palpebre aperte.

proprio oggi che è il solstizio d’estate, il giorno più lungo dell’anno, l’inizio dell’estate, San Luigi.

 

se vuoi perder tempo

francamente penso che  lasciarsi guidare dall’amore non sia il vero errore, l’errore è identificarlo in un unica forma, una sola idea. la solita, non mi va neanche di citarla perché tanto l’avete capita. se fossimo veramente capaci di amare senza il desiderio soffocante di tornaconto, di avere necessariamente qualcosa indietro, allora soffriremmo di meno, ma sopratutto romperemmo meno i coglioni a chi ci sta attorno.

la maggior parte della gente perde tempo appresso il dolore del cuore infranto, quando comunque si sa, che fa parte del gioco.  in pochi accettano onestamente le regole, ma sopratutto la sconfitta.

se vuoi far sul serio, allora ama sul serio. dai te stesso in nome del tuo amore senza la misera logica del do ut des.

se invece vuoi perder tempo, allora innamorati e spara le solite cazzate, prima, dopo e durante, ma senza mai dimenticare che l’Amore è ben altro.

 

 

 

questa pioggia, per Marco.

amico nostro che non sai piangere.

neanche noi ci riusciamo più. ed ora questo cielo asfittico che ci soffoca sembra voglia piangere con noi, ma neanche lui pare riesca  a farlo.

non servono le lacrime per lenire i nostri dolori, ma li vediamo adesso così profondi.  ti restiamo seduti vicini sull’orlo del tuo baratro e da qui   il tuo sembra davvero senza fine.

aggrappati a noi, prendi queste mani e rialzati.

torniamo a ridere insieme che almeno questo lo sappiamo fare molto bene, lo faremo anche per Marco.

 

 

Come si vive a Roma

lo so che la maggior parte dei bloggers non perde tempo a guardare video, ma se davvero volete sapere come si vive a Roma, o se volete farvi un paio di risate ( amare), non perdetevelo.

geniale, dissacrante e purtroppo terribilmente vero.

 

Naufraghi: non lasciare che le onde vi separino

11 giugno – non scrivo mai racconti, non mi piace farlo. questa di seguito è una dedica ad una persona molto speciale. una delle poche che sanno chi sia io. veramente. Auguri A.

L’uomo era malamente sdraiato sul divano e si stava addormentando. Il ragazzo accanto a lui abbassò il volume della televisione e lo osservò in silenzio.

L’ultima volta che avevano dormito insieme era stato tanti anni prima. Non si incontravano spesso padre e figlio. Ma quando lo aveva chiamato, dicendogli che aveva paura che gli accadesse qualcosa durante la notte, il ragazzo non aveva saputo dir di no. Aveva colto un tono differente. Un tono cui non era abituato, che aveva toccato delle corde profonde.
Mentre lo osservava, rifletteva che per la prima volta, dopo tanti anni, vedeva una sorta di rassegnazione, in quell’uomo corpulento. Una rassegnazione che partiva proprio dal corpo, ma che denotava un atteggiamento nuovo, inaspettato. Aveva quasi paura di pensarla, quella parola. Umiltà. Mai era stato umile, suo padre. Mai, che lui ricordasse.

Il ragazzo osservava la sagoma addormentata. Nella sua immaginazione sembrava una statua di cera. Non è più lui. Questo si diceva. Non è più l’uomo di un tempo. Ma non è la malattia, la differenza. La malattia poteva essere un catalizzatore, ma era chiaro che il cambiamento era profondo. Sembrava come se suo padre fosse stanco della sua vita. No, meglio. Dell’ultima parte della sua vita. Sapeva che non lo avrebbe mai ammesso, in una discussione. Ma era chiaro, a lui che lo conosceva bene, che il padre stava recitando. Ed era chiaro che quella recita gli costava. Gli portava via tantissime energie. Pensò che sarebbe stato bello parlarne con lui, ma sapeva che non sarebbe successo neanche stavolta.
– Papà, dai, tirati su – disse il ragazzo scuotendolo dolcemente
L’uomo lo guardo, cercò goffamente di cambiar posizione. Il ragazzo prese il braccio tremante del padre e lo tirò forte a sé. Con l’altro braccio lo agganciò alla spalla e quasi lo abbracciò. No, lo stava proprio abbracciando, si disse. Si disse anche che questo davvero non lo aveva mai fatto, almeno così gli sembrava di ricordare.

Lentamente gli sfilò la giacca. Il padre non oppose alcuna resistenza, era evidente che non aveva l’energia necessaria per alzarsi da solo dal quel divano.

- Svegliati papà, dai, devi andare a letto, non puoi dormire ammucchiato sul divano.
Il padre annui e lentamente si alzò, e con l’aiuto del figlio riuscì ad arrivare al bordo del letto. Era sveglio. Guardò il figlio.
– Sei diventato forte, lo sai?
– Tutti crescono, papà. Anche io.

L’uomo provò un forte imbarazzo. Sentiva che il suo ragazzo era in grado di cogliere anche il non detto, e sapeva anche che nessuna delle parole che avrebbe ascoltato sarebbe stata detta a caso. Lo guardava, affascinato, mentre si prendeva cura di lui: era arrivato il momento della camicia. A torso nudo, provava un mesto senso d imbarazzo. Era senza forze ormai, come testimoniavano i suoi pettorali ipotonici.
Mentre lo osservava notava che il suo ragazzo giocava a fare il duro. Poteva darla a bere a chiunque, ma non a lui: ogni suo movimento rivelava una malcelata dolcezza. C’era eleganza anche nella solerzia e nella cura con cui ripiegava i suoi vestiti.

- Ettore…
– Dimmi pà
– Ti ricordi quando ti portavo sulle mie spalle a casa dei nonni?
– Più o meno
– Ti piaceva, vero?
– Immagino di si.

Quel discorso era faticosissimo, penoso, ma l’uomo voleva continuare. A tutti i costi.

- A me piaceva tantissimo. Mi sentivo il tuo eroe…
– E cosa ti piace fare adesso, papà.

- Adesso mi piace immaginare. Vorrei poter vedere tutto quello che non ho visto, e che non potrò più vedere: le tue corse sulla spiaggia, il primo tuffo da quella scogliera dove ti portava tua madre. Le gite sugli sci, i tuoi capelli lunghi, la tua casa a Torino. E’ bella la tua casa a Torino?
– Così, nè bella né brutta, simpatica…
– Ettore, a te cosa piacerebbe fare adesso?

Il ragazzo non sapeva se continuare a fare l’indifferente o se parlare. Improvvisamente ebbe la consapevolezza del momento. Ora o mai più, pensò.

- Mi piacerebbe fare un viaggio con te. Quando è stata l’ultima volta, tu lo ricordi?

- Non so, è tanto davvero. Ma dove?

- Al mare, pà. Vieni con me al mare dopo la prossima terapia. Ci mettiamo davanti al mare, io e te. Questo davvero, non lo abbiamo mai fatto.

Il padre guardò il figlio, sorrise e annuì, lentamente.

Infine si  addormentarono, e tra  loro tornò ad esserci il mare.

Per quel che riguarda te

c’è un problema, Gino.

sei tu il problema. lo so che vorresti dirmi il contrario, ma adesso non puoi farlo.  non è corretto andarsene via in questo modo. avresti dovuto prima chiudere la faccenda tra me e te. no, aspetta non scaldarti. non ho mica detto che sei un vigliacco. semplicemente che dovevi darmi il tempo di conoscere, di capire. forse ti avrei dato anche ragione ed avrei aspettato che tu riconoscessi le mie ragioni. ma così no. mi hai lasciato con questa storia a metà. a me che non sono in grado di portare nulla a termine…e tu lo sai bene, tu conosci bene le mie debolezze. no che non l’hai fatto apposta, ma avevamo ancora tanto da dirci. e non voglio neanche sapere perché, quello credo di averlo capito.

qualcuno di voi sa se esiste un posto dove si nascondono le parole mai dette?

 

Gino

 

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