solounoscoglio

Amare con il Cervello

stamani ho ricevuto un messaggio su whatsapp.

chi mi scrive mi invita a non dimenticare mai i gusti e i punti di vista degli altri, le vite degli altri. mi ricorda che la strada per diventare bacati è breve e che più si è ignoranti e più si fa fatica ad amare con il cervello.

spesso mi rammarico di aver perso i momenti di tenerezza che accompagnavano l’infanzia dei miei figli semplicemente perché adesso sono diventati due giovani uomini.

poi arrivano questi messaggi e mi sorprendo di quanto possano  loro insegnare adesso a me, che,  un tempo avevo insegnato loro a camminare.

Grazie Andri.

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Tu, Planck e io.

cosa può rendere una cena interessante, se nel piatto girano solo 4 bastoncini di pesce ripescati dal fondo del freezer accompagnati da riso integrale scondito?

provate con Planck e le meraviglie della fisica quantistica, un po’ di Chimica generale, e se la luce del tramonto svanisce lentamente lasciatevi pure vincere dalla pigrizia e rimanete seduti gustandovi meglio il lampo di interesse che accende gli occhi del vostro  interlocutore.

è stata una cena indimenticabile, resa speciale da insoliti ingredienti. La tua giovane ma arguta mente e il sorprendete luccichio dei tuoi occhi mentre ascoltavi le mie vaghe riflessioni sul senso della vita e dei tuoi nuovi amori.

alla prossima, Gio.

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Taro e Capa

Potenza della musica.

Ho ascoltato questo brano meraviglioso, mi sono emozionata con il video, e sopratutto ho avuto modo di conoscere la storia di Taro e Capa, due fotografi di guerra. Quanti di noi sanno cosa affrontano e che fine fanno questi professionisti che per amore del loro lavoro ci aprono finestre su mondi e situazioni che apparentemente non ci appartengono?

per favore, non ignorate il link, ascoltate questo brano meraviglioso: sarà un modo per apprezzare il lavoro dei reporter di guerra e tenere in vita il loro ricordo.

Buon ascolto e buona visione.

Cibo del futuro

Una mia collega ieri, durante una breve disquisizione sulle continue oscillazioni dei prezzi delle materie prime,  sosteneva che dovremmo in fretta abituarci a mangiare cavallette e bacarozzi, poiché è il cosiddetto cibo del futuro: abbondante, ricco di proteine e a prezzo basso.

nulla da eccepire sull’abbondanza, ne sulle caratteristiche nutrizionali, ma per ricordarle la spietata legge del mercato le ho citato una frase che ebbi l’opportunità di leggere a 8 anni sulle pareti di casa di un amico anarchico di mio padre.

questi non aveva né quadri, né poster: solo frasi e aforismi scritti di suo pugno, molti dei quali mi rimasero impressi nella memoria per la sacrà verità che celavano.

sono certa che lo conosciate anche voi; dunque, in un prossimo futuro, se mai doveste trovare nel menu del vostro ristorante preferito una pietanza preparata con questo ingrediente decisamente diffuso e di facile reperibilità, non sorprendetevi del prezzo, perché:

quando anche la merda avrà valore, i poveri nasceranno senza culo.

L’ho convinta.

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la tenda

ogni tanto, riesco a vedere oltre.

e tutto le volte mi accorgo che non c’è niente. niente che spieghi  la frenesia, il dolore e la preoccupazione. richiudo la tenda e riprendo a fare le mie cose. dapprima con calma, senza rabbia e forse in modo più tollerante. poi dimentico cosa c’era dietro la tenda e l’angoscia mi assale: ho da finire in fretta e il lavoro deve esser fatto bene. non posso commettere neanche un errore.

talvolta passano anni prima che la tenda si rialzi nuovamente per lasciarmi vedere oltre, e intanto non mi è chiaro se sia meglio così.

nel dubbio abbasso la testa e riprendo a lavorare.

L’ironia a buon mercato

La trovi ovunque ormai.

Come certi ingredienti che si impongono nelle nostre cucine e te li ritrovi in ogni piatto perché vanno più di moda che di gusto. Negli anni ’70 trionfava la gelatina. Ricordo le sculture di aspic: pezzi di carne e pesce con verdure imbalsamati in portate che fungevano più da ornamento che da nutrimento. Gli ’80 invece elessero re di ogni piatto il  salmone affumicato: i ritagli, ad esser più  precisi. Risotti, pennette, lasagne e tortelli con sopra sotto e dentro salmone o quel che restava delle sue parti più nobili, per rendere appunto più nobili gli arrampicatori di successo del momento. Seguirono i palmitos, che nonostante fossero incolori e inodori te li ritrovavi ovunque, ma forse sono io che non ho mai ben capito quanto fosse buono quel retrogusto di muffa tipico del cuore di palma. Tutti questi  ingredienti che da prodotti di nicchia, nel senso di introvabili, si trasformavano in elementi onnipresenti nelle nostre dispense avevano in comune  genesi, durata e fine. In principio la curiosità, poi l’abitudine ed infine la noia. Come in tutto del resto.

Si, lo riconosco è uno strano accostamento il mio: che hanno in comune i ritagli di salmone, i palmitos o la salsa di soia con l’ironia? Niente, oltre il fatto che sono sulla bocca di tutti.

Non sono una nostalgica, anzi in tanti mi rimproverano proprio il fatto che mi ostino a guardare sempre avanti. Ma l’ironia una volta aveva il sapore di un bacio proibito: bruciava le labbra e non ne dimenticavi il sapore.  Bruciava le pagine e scomponeva le carte. Adesso, non so a voi, ma a me  non fa più effetto. L’ironia oggi si mischia tra l’ignoranza e la cattiveria, si sporca di  presunzione e chi ne abusa non ricorda più che la sua virtù stava nell’umiltà di chi ci si schermiva.

Forse sto solo invecchiando, ma lasciatemelo dire: non c’è più l’ironia di una volta.

la Sua pelle

la scorsa settimana leggevo, no non è vero, ascoltavo La Pelle di Curzio Malaparte e mi è tornata in mente la prima volta di quando entrai in un libro attraverso gli  occhi altrui.

trascorrevo gran parte delle mie giornate in ospedale insieme a mia madre supportata da un rigido senso di dovere che nel corso delle prime settimane si trasformò nella mia primaria esigenza esistenziale durata fino alla sua morte.

parlavamo poco, ma questo a causa di un irrevocabile vizio di forma….non ci fidavamo sufficientemente per poterci confrontare con sincerità. così, sapendo entrambe che ci saremmo dette sole bugie, restavamo sempre sulla superficie di qualsiasi argomento per evitare di lasciar capire troppo all’una dell’altra. Ogni tanto lei con una delle sua parole più taglienti lacerava la mia corazza e mi iniettava il suo fluido misto di saggezza e veleno, per farmi crescere, così diceva.

si parlava ancora meno con il personale dell’ospedale, trovandoci oltralpe. le comunicazioni che scambiavamo con loro erano inerenti  alla terapia, piuttosto che alla visita del chirurgo e di certo mancava oltre che la comunanza di linguaggio anche quel minimo di empatia che si trova negli ospedali nostrani che comunque aiuta a lenire disagi e disguidi.

ogni giorno le portavo il pranzo perché non gradiva la cucina locale, non credo d’altronde abbia mai apprezzata la mia, ma sono certa che non era totalmente colpa della mie arte ai fornelli. in quel periodo nulla riusciva a strapparle emozioni al di fuori della sua pelle.

restava tutto il giorno nascosta dietro lo scudo epiteliale che per via della sua malattia aveva preso il colore e l’aspetto di quello delle testuggini. era proprio una beffa del destino poiché tra le doti di beltà che Madre Natura le aveva concesso c’era anche una luminosa pelle di porcellana, liscia e profumata.

fin da piccola ricordo che bramavo poter dormire nel lettone con lei per addormentarmi con quel profumo dentro.  una volta grande pensai che forse era questa la droga con la quale stordiva i suoi amanti. se passavi una notte a letto con lei, di certo non potevi non essere intrappolato dalla naturale fragranza di brioche appena sfornata che la sua pelle diffondeva sotto le lenzuola e tra i suoi capelli biondi concentrandosi  verso la nuca. non arrivai mai ad adagiare il mio naso lì vicino, avevo un sacro terrore di sfiorarla. era una dea per me, lontana ma sacra.

un pomeriggio mentre lei riposava, accesi la radio sul suo comodino. frugando tra le varie sintonie estere mi bloccai sulle prime parole italiane che riuscii a cogliere. scoprii dunque un programma sulla radio italiana dedicato proprio alla lettura di classici letterari.

non stava dormendo. aprìì gli occhi e ascoltò tutta la lettura, guardando talvolta il soffitto o verso la finestra che mostrava solo un pezzo di cielo ovvio e grigio.

senza accordi verbali  da quel giorno in poi fu introdotta nella nostra silenziosa routine il nuovo appuntamento:  si leggeva, anzi si ascoltava insieme la lettura del giorno per radio.

certe volte al termine del programma lei commentava ma sempre curandosi che non sfuggisse niente alla prigionia della sua pelle. i suoi commenti erano secchi ed univoci. forse la routine resisteva perché non erano previsti scambi di battute. le giornate passavano così e quel che di lei avrei voluto sapere rimaneva roba sua, al di là  dei suoi pori serrati.

Poi, in una sola  notte smise di fare la tartaruga: la sua pelle non era più  tesa ed increspata mentre il colore giallo intenso dell’ittero lasciò spazio ad una nuova nuance del rosa sulle sue gote.

la mattina seguente la ritrovai così in obitorio, rosea e con due inaspettate pieghe all’angolo delle labbra che accennavano un sorriso che io decifrai colmo di tutte quelle parole mai dette nei nostri giorni in ospedale.

ero felice di ritrovarla nella sua pelle.

braccia strappate all’agricoltura…

http://video.corriere.it/iraq-statue-antiche-prese-martellate-miliziani-isis-distruggono-museo/ca1ff274-bdce-11e4-8a38-1230a4c6f057

non siamo Eroi…

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… ma non vogliamo neanche essere codardi.

finisce così, con questo messaggio, un’opera teatrale rappresentata il 27 gennaio, scritta da un esordiente sceneggiatore poco più che ventenne.

mi chiedo quante volte, nel corso della sua giovane vita abbia avuto occasione di porsi questa domanda: essere eroe o vigliacco? mi chiedo se la sensibilità del giovane autore dipenda da sua esperienza personale piuttosto che dall’acuta attenzione posta verso le vite degli  altri.

credo che poco  importa su come si impari  la lezione su come sia più  giusto vivere, resta più difficile non dimenticare gli impegni presi in  ogni nostra singola scelta.

Perché, come scrive l’autore, la memoria resta sempre la vera  protagonista.

All you can treat

che ognuno possa avere ciò che gli spetta al costo giusto, perché lo sappiamo già: tutto ha un prezzo.

Buon 2015.

 

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