solounoscoglio

la tenda

ogni tanto, riesco a vedere oltre.

e tutto le volte mi accorgo che non c’è niente. niente che spieghi  la frenesia, il dolore e la preoccupazione. richiudo la tenda e riprendo a fare le mie cose. dapprima con calma, senza rabbia e forse in modo più tollerante. poi dimentico cosa c’era dietro la tenda e l’angoscia mi assale: ho da finire in fretta e il lavoro deve esser fatto bene. non posso commettere neanche un errore.

talvolta passano anni prima che la tenda si rialzi nuovamente per lasciarmi vedere oltre, e intanto non mi è chiaro se sia meglio così.

nel dubbio abbasso la testa e riprendo a lavorare.

L’ironia a buon mercato

La trovi ovunque ormai.

Come certi ingredienti che si impongono nelle nostre cucine e te li ritrovi in ogni piatto perché vanno più di moda che di gusto. Negli anni ’70 trionfava la gelatina. Ricordo le sculture di aspic: pezzi di carne e pesce con verdure imbalsamati in portate che fungevano più da ornamento che da nutrimento. Gli ’80 invece elessero re di ogni piatto il  salmone affumicato: i ritagli, ad esser più  precisi. Risotti, pennette, lasagne e tortelli con sopra sotto e dentro salmone o quel che restava delle sue parti più nobili, per rendere appunto più nobili gli arrampicatori di successo del momento. Seguirono i palmitos, che nonostante fossero incolori e inodori te li ritrovavi ovunque, ma forse sono io che non ho mai ben capito quanto fosse buono quel retrogusto di muffa tipico del cuore di palma. Tutti questi  ingredienti che da prodotti di nicchia, nel senso di introvabili, si trasformavano in elementi onnipresenti nelle nostre dispense avevano in comune  genesi, durata e fine. In principio la curiosità, poi l’abitudine ed infine la noia. Come in tutto del resto.

Si, lo riconosco è uno strano accostamento il mio: che hanno in comune i ritagli di salmone, i palmitos o la salsa di soia con l’ironia? Niente, oltre il fatto che sono sulla bocca di tutti.

Non sono una nostalgica, anzi in tanti mi rimproverano proprio il fatto che mi ostino a guardare sempre avanti. Ma l’ironia una volta aveva il sapore di un bacio proibito: bruciava le labbra e non ne dimenticavi il sapore.  Bruciava le pagine e scomponeva le carte. Adesso, non so a voi, ma a me  non fa più effetto. L’ironia oggi si mischia tra l’ignoranza e la cattiveria, si sporca di  presunzione e chi ne abusa non ricorda più che la sua virtù stava nell’umiltà di chi ci si schermiva.

Forse sto solo invecchiando, ma lasciatemelo dire: non c’è più l’ironia di una volta.

la Sua pelle

la scorsa settimana leggevo, no non è vero, ascoltavo La Pelle di Curzio Malaparte e mi è tornata in mente la prima volta di quando entrai in un libro attraverso gli  occhi altrui.

trascorrevo gran parte delle mie giornate in ospedale insieme a mia madre supportata da un rigido senso di dovere che nel corso delle prime settimane si trasformò nella mia primaria esigenza esistenziale durata fino alla sua morte.

parlavamo poco, ma questo a causa di un irrevocabile vizio di forma….non ci fidavamo sufficientemente per poterci confrontare con sincerità. così, sapendo entrambe che ci saremmo dette sole bugie, restavamo sempre sulla superficie di qualsiasi argomento per evitare di lasciar capire troppo all’una dell’altra. Ogni tanto lei con una delle sua parole più taglienti lacerava la mia corazza e mi iniettava il suo fluido misto di saggezza e veleno, per farmi crescere, così diceva.

si parlava ancora meno con il personale dell’ospedale, trovandoci oltralpe. le comunicazioni che scambiavamo con loro erano inerenti  alla terapia, piuttosto che alla visita del chirurgo e di certo mancava oltre che la comunanza di linguaggio anche quel minimo di empatia che si trova negli ospedali nostrani che comunque aiuta a lenire disagi e disguidi.

ogni giorno le portavo il pranzo perché non gradiva la cucina locale, non credo d’altronde abbia mai apprezzata la mia, ma sono certa che non era totalmente colpa della mie arte ai fornelli. in quel periodo nulla riusciva a strapparle emozioni al di fuori della sua pelle.

restava tutto il giorno nascosta dietro lo scudo epiteliale che per via della sua malattia aveva preso il colore e l’aspetto di quello delle testuggini. era proprio una beffa del destino poiché tra le doti di beltà che Madre Natura le aveva concesso c’era anche una luminosa pelle di porcellana, liscia e profumata.

fin da piccola ricordo che bramavo poter dormire nel lettone con lei per addormentarmi con quel profumo dentro.  una volta grande pensai che forse era questa la droga con la quale stordiva i suoi amanti. se passavi una notte a letto con lei, di certo non potevi non essere intrappolato dalla naturale fragranza di brioche appena sfornata che la sua pelle diffondeva sotto le lenzuola e tra i suoi capelli biondi concentrandosi  verso la nuca. non arrivai mai ad adagiare il mio naso lì vicino, avevo un sacro terrore di sfiorarla. era una dea per me, lontana ma sacra.

un pomeriggio mentre lei riposava, accesi la radio sul suo comodino. frugando tra le varie sintonie estere mi bloccai sulle prime parole italiane che riuscii a cogliere. scoprii dunque un programma sulla radio italiana dedicato proprio alla lettura di classici letterari.

non stava dormendo. aprìì gli occhi e ascoltò tutta la lettura, guardando talvolta il soffitto o verso la finestra che mostrava solo un pezzo di cielo ovvio e grigio.

senza accordi verbali  da quel giorno in poi fu introdotta nella nostra silenziosa routine il nuovo appuntamento:  si leggeva, anzi si ascoltava insieme la lettura del giorno per radio.

certe volte al termine del programma lei commentava ma sempre curandosi che non sfuggisse niente alla prigionia della sua pelle. i suoi commenti erano secchi ed univoci. forse la routine resisteva perché non erano previsti scambi di battute. le giornate passavano così e quel che di lei avrei voluto sapere rimaneva roba sua, al di là  dei suoi pori serrati.

Poi, in una sola  notte smise di fare la tartaruga: la sua pelle non era più  tesa ed increspata mentre il colore giallo intenso dell’ittero lasciò spazio ad una nuova nuance del rosa sulle sue gote.

la mattina seguente la ritrovai così in obitorio, rosea e con due inaspettate pieghe all’angolo delle labbra che accennavano un sorriso che io decifrai colmo di tutte quelle parole mai dette nei nostri giorni in ospedale.

ero felice di ritrovarla nella sua pelle.

braccia strappate all’agricoltura…

http://video.corriere.it/iraq-statue-antiche-prese-martellate-miliziani-isis-distruggono-museo/ca1ff274-bdce-11e4-8a38-1230a4c6f057

non siamo Eroi…

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… ma non vogliamo neanche essere codardi.

finisce così, con questo messaggio, un’opera teatrale rappresentata il 27 gennaio, scritta da un esordiente sceneggiatore poco più che ventenne.

mi chiedo quante volte, nel corso della sua giovane vita abbia avuto occasione di porsi questa domanda: essere eroe o vigliacco? mi chiedo se la sensibilità del giovane autore dipenda da sua esperienza personale piuttosto che dall’acuta attenzione posta verso le vite degli  altri.

credo che poco  importa su come si impari  la lezione su come sia più  giusto vivere, resta più difficile non dimenticare gli impegni presi in  ogni nostra singola scelta.

Perché, come scrive l’autore, la memoria resta sempre la vera  protagonista.

All you can treat

che ognuno possa avere ciò che gli spetta al costo giusto, perché lo sappiamo già: tutto ha un prezzo.

Buon 2015.

 

il Tempo delle Confidenze

 

c’era un tempo…

non so quando sia mutato, ma c’era appunto un tempo in cui non potevo vivere senza la possibilità di confidarmi. avevo amiche e amici con i quali scambiavamo racconti carichi di emozioni e ancora sogni, illusioni e disillusioni, speranze e sconfitte. le amiche e gli amici ci sono sempre ma quella irrefrenabile voglia di raccontarsi è svanita.

non so se anche questo sia un altro segno della vecchiaia: i lenti cedimenti del platisma, i lievi graffi di lato agli occhi, qualche cicatrice al cuore e questa serena ed immutabile volontà di restare in silenzio.

Non mi confido più o forse, più semplicemente, non confido più.

Mammina

c’è questo gran bel film.

credo che non lo vedrò, e non perché come mi capita spesso non riesco ad organizzarmi in tempo tra lavoro, casa e qualcuno che resti con la piccola a casa.

non lo vedrò perché non credo di potercela fare.  il trailer mi ha già scosso e penso che tutte noi madri abbiamo già abbastanza materiale per poter produrre il film della nostra vita che riesca ad essere tenero, comico e drammatico così come “Mommy”.

ho già tanto su cui lavorare: sorridere, piangere, riflettere.

ma c’è comunque questo gran bel film, per chi non sceglie  di perderlo.

I don’t believe in genius…

… I believe in You.

La musica è potenza
Lasciala scorrere nella tua mente
Sei come un fiore
Nell’intenso splender del sole

Sei invitato
Alla festa della vita?
Ora ti è stato mostrato
Vivi prima di morire?

Sono sfrenati, sfrenati, sfrenati questi giorni in cui viviamo
Sì, so che a volte tutti noi vorremmo arrenderci

Questi sono strani, strani, inutili giorni da vivere
Sì, so che a volte tutti noi vorremmo arrenderci

Non cedere
No, va tutto bene
Lascia scorrere la melodia
Tutta la notte, tutta la notte

Perché la musica è potenza
Si vende facilmente
Mentre ti culla come una ninna nanna
Non ti lascerà andare

Se la melodia è senza tempo
Non ti deluderà
Senti l’aria muoversi
Sottomettiti al suono

In questi sfrenati, sfrenati, sfrenati giorni in cui vivete
Sì, so che a volte tutti voi vorreste arrendervi

Questi sono strani, strani, inutili giorni da vivere
Sì, so che a volte tutti noi vorremmo arrenderci

Non cedere
No, va tutto bene
Lascia scorrere la melodia
Tutta la notte, tutta la notte

Dopotutto noi arriviamo alla fine
Il crimine illimitato,
Giornate storte e buona sorte
Sono le cose che trovi

Perché la musica è il mantra
Che calma la tua testa
La musica è la domanda
Alle cose non dette

Sono sfrenati, sfrenati, sfrenati questi giorni in cui vivete
Sì, so che a volte vorremmo tutti andar d’accordo

Questi sono strani, strani, inutili giorni da vivere
Sì, so che a volte voi semplicemente non andate d’accordo

Non arrenderti, non cedere
Non piantare tutto, smettila di crollare

Lascia che la canzone
Ti trasporti
Ti mantenga forte

Non controllarti
Perché la musica è potenza

Sottomettiti al suono
Senti l’aria muoversi, muoversi
Sottomettiti al suono
Senti l’aria muoversi, muoversi

 

 

Guglielmo Tell Me

riaprii gli occhi di scatto.

per prima cosa volli ritornare al mio posto e giuro che non fu facile, un pezzo della portiera si era accartocciato dietro la mia schiena. ma io ero esile e con un po’ di buona volontà passavo ovunque. la testa mi faceva molto male così la mano si posò  senza esitazione lì dove il dolore pulsava e bruciava. sentivo sangue, realizzai cosa fosse la macchia scura sul parabrezza incrinato lì dove era rimasta adagiata la mia fronte non so per quanto. in ogni caso, dovevo uscire da quella situazione scomoda. rotolai verso destra. lo sportello si apriva, ma la macchina accanto alla mia non mi concedeva lo spazio necessario, per quanto fossi magra davvero non ne venivo fuori.

arrivò allora quella specie di gigante: infilò la sua mano tra le lamiere e mi sentii agitare finche non riuscì a liberare  la mia piccola vettura dal groviglio. ci sollevò: la mia macchina tutta rotta ed io che non stavo decisamente meglio.

sbirciò dentro forse per esser certo che fossi sola, così pensai.  mi portò via. doveva essere davvero enorme perché ad ogni suo passo vedevo sfilare intere montagne e tutti quei  paesaggi a me noti. era talmente spedito che se incontravamo pioggia cessava dopo poco,  il freddo iniziava  e altrettanto rapidamente terminava: così il caldo. fu notte e subito giorno. non ebbi il tempo di provar fame o sete, che ero già all’altro mondo sotto il braccio di un gigante dentro un rottame di macchina.

l’altro mondo è una spiaggia rosa. no, scusate, la sabbia non è rosa. solo che lì c’è sempre il tramonto e tutto sembra che abbia quel colore, il colore del tramonto.

su quella spiaggia  non ero sola. c’erano altre persone, e mi sembrò che stessero tutti bene. non ne sono sicura ma forse ero proprio  l’unica a perdere sangue, eppure  nessuno ci faceva caso perché erano tutti  continuamente  rivolti verso il sole, aspettando che anche l’ultimo raggio affondasse nell’acqua viola. ma quel tramonto non terminava mai e così nessuno si scollava dal proprio posto, nessuno girava la testa altrove. restavano in attesa di uno stesso unico istante che non arrivava mai.

intanto il mio sangue scorreva e formava un rivolo lungo il mio corpo, sui piedi e si avvicinava al mare. dacché lo lambiva a che lo riempì. il colore del mare divenne ancora più scuro. cercavo di tamponare la ferita con il palmo della mia mano ma più tentavo di fermare il fiotto di sangue più se ne versava ed il mare cresceva in una frettolosa marea, finché non fu lui stesso a decretare la fine di quel tramonto che pareva senza  soluzione di continuità.

allora calò il buio. sulla spiaggia, su tutta quella gente e su di me. come le vacche di Hegel, ci illudemmo  di esser uguali.

 

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